Batterie a Carta ed ad acqua
A
differenza delle batterie tradizionali, la pila di carta monouso è
compatibile con l'ambiente, per l'assenza di sostanze chimiche
inquinanti, non presenta rischio di combustione, nemmeno se sottoposta
ad elevate pressioni, né risulta soggetta a fuoriuscite di fluidi
tossici. E' tanto sottile da risultare ideale per l'impiego in carte di
credito, in sistemi di identificazione a radio frequenza (RFID) o in
dispenser per prodotti cosmetici o farmaceutici.
L'altra novità viene invece dal Giappone e l'elemento fondamentale in questo caso è l'acqua.
Ne
basta infatti anche una sola goccia per attivare la speciale pila
ideata da Susumu Suzuki, inventore giapponese e presidente della Total
System Conductor.
Se
prodotta su larga scala, questa batteria a base di composti di
carbonio, anch'essa monouso, costerebbe un decimo delle corrispondenti
alcaline, pur mantendo prestazioni paragonabili alle classiche pile al
diossido di manganese.
Non
potendo essere attivato, se non in presenza di acqua, il dispositivo
vanta il pregio di mantenere la carica per diversi anni, anche nel caso
in cui giaccia a lungo inutilizzato. Secondo Suzuki le potenzialità
della pila “ad acqua” sono nettamente superiori alle batterie
tradizionali: può essere impiegata in apparecchi a bassa potenza, quali
torce elettriche o radio, è sostenibile perché non contiene metalli
pesanti, è economicamente conveniente ed è facile da realizzare.
CELLE FOTOVOLTAICHE PLASTICHE
Tra le nuove tecnologie fotovoltaiche emergenti,
le celle solari a base
di semiconduttori organici destano notevole interesse,
non solo
scientifico, grazie al rapido incremento delle loro prestazioni
dell’ultimo decennio.
I semiconduttori organici sono materiali
‘plastici’, quindi flessibili e leggeri.
Sono processabili da soluzione
e possono essere depositati in film ultra-sottili
su qualsiasi tipo di
substrato.
L’impiego di semiconduttori organici consente la produzione
di celle solari plastiche ,
con tecniche di processo
estremamente competitive:
quelle tipiche della produzione delle
plastiche.
Presso l’Istituto ISOF vengono realizzati e caratterizzati
piccoli prototipi di celle solari organiche.
In particolare, siamo
interessati sia alla caratterizzazione di nuovi materiali
che
all’ottimizzazione dell’architettura dei dispositivi e dei layer
semiconduttori.
I dispositivi vengono realizzati depositando da
soluzione (mediante spin-coating) film sottili
(tipicamente di 100 nm)
di materiale organico su un substrato (vetro o plastica)
ricoperto da
un ossido conduttore trasparente.
La struttura delle celle viene
completata mediante l’evaporazione termica di uno strato metallico.
Negli ultimi anni abbiamo ottenuto risultati di particolare rilievo
dall’impiego di materiali contenenti derivati solubili del fullerene,
sintetizzati dal gruppo del Prof. Michele Maggini dell’Università di
Padova.
Presso l’Istituto ISOF sono stati condotti i primi studi
sull’effetto
del trattamento termico post-produzione sulle prestazioni
di celle solari
a base di blende polimero/fullerene, il sistema che
attualmente
sembra essere più promettente per il fotovoltaico organico.
Abbiamo dimostrato come un annealing per 30 min a soli 55 °C
possa
drasticamente aumentare l’efficienza di conversione delle celle (anche
di 4-5 volte).
Tali studi hanno dato l’avvio all’intensa attività
degli ultimi anni sui processi di annealing di celle
polimero/fullerene, che hanno portato ad una costante crescita
dell’efficienza
fino all’attuale record prossimo al 5%.
Nei laboratori dell'University of California di Los Angeles (UCLA) è stato messo a punto un pannello solare in materiale plastico che costa il 10-20% rispetto ad uno tradizionale in silicio.
Il risultato è stato ottenuto dal professor Yang Yang e da due suoi collaboratori, Gang Li e Vishal Shrotriya. Il lavoro è stato pubblicato su Nature Materials.
Il nuovo pannello ha una struttura sandwich con un substrato in materiale plastico di uso comune, quindi a basso costo, sul quale sono annegati due elettrodi conduttivi.
A dispetto della semplicità del sistema, le celle sviluppate da Yang Yang sarebbero in grado di raggiungere un'efficienza energeticadel 4,4% vedi sopra.
Si tratterebbe di un risultato ulteriormente migliorabile attraverso nuove ricerche: in breve tempo Yang ipotizza di raddoppiare l'efficienza
fino a raggiungere un valore compreso tra il 15 e il 20%, con una vita
utile delle celle intorno ai 15-20 anni.
I tradizionali pannelli in
silicio di pari durata garantiscono oggi un'efficienza energetica pari
al 14-18%.
I nuovi pannelli potrebbero essere lanciati sul mercato nel giro di pochi anni.
Una cella a biocombustibile
Un team di scienziati
dell'Università del Texas di Austin, ha messo a punto una cella a
biocombustibile, che sfrutta il metabolismo del glucosio e
dell’ossigeno senza rilasciare alcun sottoprodotto tossico, per
estrarre energia elettrica dall'uva.
La cella, costruita da
Adam Heller e colleghi, consiste di due elettrodi di carbonio, ognuno
più sottile di un capello, lunghi un paio di centimetri e separati da
pochi millimetri. Gli elettroni che vengono trasferiti dal glucosio
all’ossigeno fluiscono attraverso il circuito fra l’anodo e il catodo
producendo circa 2,4 microwatt, l'energia sufficiente per alimentare un
chip di silicio composto da piccoli sensori. La cella a biocombustibile
potrebbe essere impiegata in molte applicazioni. Ad esempio, potrebbe
fornire energia a partire anche dai fluidi corporei alimentando un
piccolo sensore autonomo programmato per effettuare specifiche
rilevazioni corporee.
La cella a biocombustibile ha due
peculiarità fondamentali: la sua leggerezza, il suo costo
corrispondente a pochi centesimi di euro. Nelle prime sperimentazioni
si è osservato che dopo un giorno di utilizzo l'energia della cella
perde circa un quarto della sua energia. Gli scienziati stimano che
affinando ulteriormente la tecnologia si potrebbe portare l'autonomia
delle celle fino a una settimana.
Secondo alcuni ricercatori dell'Università di Oxford,
è possibile sviluppare celle a biocombustibile più semplici ed
economiche usando elettrodi ricoperti da un enzima batterico che ossida
l'idrogeno.
Le tradizionali "fuel cell" a idrogeno generano energia
mediante reazioni chimiche che coinvolgono idrogeno e ossigeno, spesso
usando metalli preziosi come catalizzatori per guidare le reazioni.
I
ricercatori hanno cercato più volte di sviluppare celle a combustibile
che utilizzassero invece catalizzatori prodotti da organismi biologici,
vale a dire enzimi.
Tuttavia, la maggior parte dei microbi che
utilizzano l'idrogeno vivono in ambienti poveri di ossigeno, e i loro
enzimi non possono dunque tollerarlo.
Inoltre, il monossido di carbonio
è dannoso per questi enzimi e per le fuel cell tradizionali.
Sfruttando
un enzima batterico già studiato in precedenza, che tollera in parte
l'ossigeno,
Fraser Armstrong e colleghi hanno messo alla prova la sua
attività catalitica in presenza di ossigeno
e di monossido di carbonio.
I ricercatori hanno creato una semplice cella a combustibile usando
questo enzima come catalizzatore
e la cella ha prodotto elettricità,
anche senza una membrana per separare l'idrogeno e l'ossigeno e in
presenza di livelli elevati di monossido di carbonio.
I risultati sono
stati pubblicati sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences". Kylie A. Vincent, James A. Cracknell, Oliver Lenz, Ingo Zebger, Bärbel Friedrich, Fraser A. Armstrong, "Electrocatalytic hydrogen oxidation by an enzyme at high carbon monoxide or oxygen levels". Proceedings of the National Academy of Sciences (2005).