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Naufragi noti e meno noti
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MOBY PRINCE
Il più grande disastro della marina mercantile italiana.
E' il 10 aprile 1991: Il Moby Prince, di 6187 tonns della Navarma, salpa da Livorno diretto a Olbia con a bordo l'intero
equipaggio, 65 marittimi, con il comandante Ugo Chessa e 75 passeggeri. Può trasportare ben 1.490
passeggeri e 360 veicoli.
E' una tranquilla nottata, alla Tv c'è la partita di Champions-legue
Liverpool-Juventus e molti passeggeri la stanno guardando.
Il grande traghetto, ben 131 mt di lunghezza per 20 di larghezza
accellera, è in grado di fare 19 nodi in crociera con i 4 motori
tedeschi. Alle 22,25 c'è una improvvisa decellerazione con un rombo pauroso che getta nello scompiglio tutto e tutti a bordo del Moby Prince. La nave inspiegabilmente è entrata in collisione con
la petroliera dell'Agip Abruzzo, che gli riversa addosso ben 2000 qli di greggio.
Il traghetto prende fuoco, alle 22,26,
un solo minuto dopo. Il marconista del Moby lancia il may day. Questo
messaggio era debolissimo ed appena riconoscibile solo depurando i
rumori di sottofondo. Il vero may day non partì dall'Agip Abruzzo, come sembrerebbe naturale, ma dall'altra petroliera
l'Agip Napoli anchessa in rada. I mezzi di soccorso - capitaneria di porto, vigili
del fuoco, pilotine, guardia di finanza e polizia - si dirigono verso
la petroliera in fiamme.
Tutti i soccorsi si concentrano sulla petroliera, mentre il traghetto
incendiato, in attesa dei soccorsi, va alla deriva col suo carico di vite e poi di morte.
Il traghetto viene individuato solo alle 23,35. I soccorsi iniziano dopo quasi due ore dalla collisione.
Dalla trappola riesce a scampare soltanto il mozzo Alessio Bertrand,
appesosi alla poppa del traghetto per sfuggire al fuoco. Tutti, proprio tutti gli altri, ben 140 persone, muoiono bruciate dal calore che a bordo superò i 1000 gradi. Quelli
che soffrirono di più furono quelli che si rifugiarono nella stiva dei
veicoli, perchè lì l'agonia fu più lunga. Un solo corpo, lui pure bruciato, fu ritrovato in
mare, perchè anche il mare intorno era un lago di
fuoco precludendo l'ultima via di fuga.
Il
relitto del traghetto, ormeggiato alle banchine della darsena Toscana a
Livorno, fu posto sotto sequestro fino al 1999, quando per un
cedimento strutturale, il relitto affondò. Verrà poi recuperato,
rimorchiato fino in Africa del nord e smantellato.
Ecco la versione ufficiale della Capitaneria di porto e poi del tribunale:" l'incidente è da
attribuirsi alla fitta nebbia e alla responsabilità del capitano del traghetto, che seguiva una rotta troppo vicina alla
petroliera ed era pure distratto dalla partita di calcio in tv. Non si
è potuto far nulla per salvare i passeggeri, morti istantaneamente
nell'incendio seguito alla collisione".
Il traghetto Moby Prince era stato ristrutturato nel
1986. La nave con il nome Koningin Juliana (Regina
Giuliana), batteva bandiera olandese, ma era stata costruita nel 1967 in Gran
Bretagna nei cantieridi Birkenhead.
La procura di
Livorno aprì un fascicolo per omissione di soccorso e omicidio colposo. Il
processo di primo grado cominciò il 29 novembre 1995. Quattro gli imputati:
il terzo ufficiale di coperta dell'Agip Abruzzo Valentino Rolla, accusato di
omicidio colposo plurimo e incendio colposo; Angelo Cedro, comandante in
seconda della Capitaneria di porto e l'ufficiale di guardia Lorenzo
Checcacci, accusati di omicidio colposo plurimo per non avere attivato i
soccorsi con tempestività; Gianluigi Spartano, marinaio di leva, imputato per
omicidio colposo per non aver trasmesso la richiesta di soccorso.
Il processo, si
concluse due anni dopo: la sentenza viene pronunciata nella notte tra il 31
ottobre e il 1 novembre 1997. Furono assolti tutti gli imputati perchè
«il fatto non sussiste».
Ma non tutti i dubbi sono stati chiariti dal processo anzi.... Esistono
tesi diverse che tendono a dimostrare che quella sera non c'era nebbia
tale da nascondere un palazzo di 280 mt alto 30 come l'Agip Abruzzo,
inoltre il
capitano Chessa, competente e rigoroso, non avrebbe mai
seguito una rotta imprudente, e nella sua plancia di comando non c'era
la tv.
Quanto ai passeggeri, non morirono istantaneamente o quasi nell'incendio, ma vennero
radunati, addirittura con i bagagli, nel garage protetto da porte
ignifughe e attesero i soccorsi per ore, finché i gas tossici e l'alta temperatura finirono
per aggredire anche quel locale, dove poi
furono trovati cadaveri. Inspiegabilmente
la zona dell'incidente quella sera
risultò in ombra. Un grande cono d'ombra!
Quella sera c'erano ben 5 navi americane in rada ed altre ancora, tra cui un un peschereccio bianco, che potrebbe appartenere
alla flotta della Cooperazione Italo-Somala, una flotta che è
sospettata di scaricare in Somalia rifiuti tossici e armi.
Accanto a Livorno c'è la grande base americana di Camp Darby, una delle
più importanti basi strategiche Usa del Mediterraneo per lo stoccaggio di
armi e materiale bellico.
Quella notte a Livorno c'erano in corso operazioni di dubbia natura
legate a questi pescherecci che facevano la spola sino a Mogadiscio.
Le indagini di Ilaria Alpi, nel '94, prima del suo assassinio
riguardavano proprio questa flotta di pescherecci ed i traffici sia di
armi che di scorie di materiale radioattivo.
Ma c'e anche dell'altro, un'ipotesi meno fantasiosa e più terrena, in
cui le spie ed i traffici internazionali non c'entravano niente. Se ne
parla nei bar del porto tra marinai ben informati della vita nascosta
del porto.
Le petroliere sono "banche" che contengono nelle loro cassaforti ben
sigillate l'oro nero che fa gola a molti. Si parla di una bettolina,
poi fuggita, che a fianco delle petroliere, ben due quella notte,
manovrando incautamente, mentre faceva in fretta e furia qualcosa di
poco chiaro, si sarebbe incendiata. Infatti quella notte dalla costa
videro delle fiamme in mare tempo prima dell'impatto.
Sappiamo che i traghetti passeggeri partono a velocità sostenuta dopo l'uscita del
porto. Dalla parte dove la diga fa un semicerchio. Probabilmente il traffico, suddetto, fuori delle dighe
foranee di Livorno obbligò il traghetto ad una manovra estrema per evitare un'imprudenza della
bettolina intenta a domare l'incendio. In
conseguenza di questa deviazione della rotta potrebbe essere avvenuto
il tragico impatto contro la grande petroliera che per la sua mole non
poteva essere invisibile sia pure in una ipotetica e non dimostrata
foschia notturna. L' azione di prendere tempo per nascondere alcuni fatti compromettenti avrebbero impedito di far soccorrere subito il
traghetto.
Anche un filmato amatoriale della partenza, trovato illeso sul
traghetto, si scopre al processo volutamente manomesso con parte delle riprese
mancanti.
Le famiglie delle vittime aspettano ancora che tutta la verità emerga dal
presunto banco di nebbia che ha ben occultato i fatti in quella notte maledetta.
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Moby Prince foto
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| il giorno dopo Moby Prince sta ancora bruciando col suo carico di morte - lunedì 17 aprile 2006 |
| Dopo 12 ore il fuoco è ancora attivo - lunedì 17 aprile 2006 |
| A banchina c'è una bara nera di fumo - lunedì 17 aprile 2006 |
| IL MOBY PRINCE IN NAVIGAZIONE - lunedì 17 aprile 2006 |
| Per i soccorritori a bordo solo morti - lunedì 17 aprile 2006 |
| La mappa del porto, l'uscita traghetti è dove c'è il fanale - lunedì 17 aprile 2006 |
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Novità sul caso
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Un libro molto interessante ed approfondito sull'argomento:
Inchiesta sul Moby Prince, sospetti di depistaggio DA L'ESPRESSO LOCAL del 20.11.2007
L’avvocato di parte civile Carlo Palermo: «C’è qualcuno che vuole rimescolare le carte» L’inchiesta è andata avanti per un anno nel massimo riserbo poi ecco le fughe di notizie e le misteriose aggressioni
LIVORNO. Carlo Palermo riesce a malappena a contenere la propria irritazione. «Inquietante» è la prima parola che dice per definire la misteriosa aggressione all’ex paracadutista della Folgore Fabio Piselli, che l’aveva contattato nei giorni scorsi per farlo incontrare con un possibile testimone della strage del traghetto Moby Prince, avvenuta la sera del 10 aprile del 1991. Misura le parole e parla con studiata pacatezza, l’ex magistrato che aveva indagato su giganteschi traffici d’armi. Ma non nasconde la sua inquietudine. «Stanno accadendo cose strane, molto strane» dice. Per ora si sa soltanto ciò che lo stesso Piselli ha riferito ieri alle agenzie di stampa. L’ex parà ha detto che aveva deciso di avviare indagini personali sulla morte del cugino Massimo Pagliuca, morto affogato nel 2004, al largo dell’Isola di Capraia. Secondo le cronache di quell’anno, Pagliuca era caduto in mare mentre navigava con altre dieci persone tra l’Isola d’Elba e Capraia. Ma per Piselli qualcosa che non quadra. «Mio cugino era membro della Defence Intelligence Agency nell’ambasciata americana a Roma - dice - e, subito dopo la collisione del Moby Prince, accompagnò a Camp Darby (la base americana che si trova al confine tra Pisa e Livorno) l’addetto militare dell’ambasciata Usa». « Massimo era un ex parà, provetto sommozzatore eppure è morto affogato». E proprio indagando sulla fine del cugino, Piselli incontra un misterioso uomo (sul quale, dice, «non è possibile dare informazioni») che gli parla dei traffici d’armi «non istituzionali dalla base di Camp Darby al porto di Livorno» durante la notte della collisione. Una tesi che emerse già ai tempi delle prime indagini, senza però mai trovare riscontri oggettivi, ma che invece, nella nuova inchiesta della procura di Livorno, sembra essere diventata un’ipotesi di lavoro molto concreta. Piselli dice allora di aver deciso «di incontrare l’avvocato Carlo Palermo, parte civile nel processo sul disastro del Moby Prince, raccontargli tutto e fargli incontrare questa persona». Così fissa un appuntamento con Palermo, a Pisa. Ecco come Piselli racconta la sera di venerdì: «Ho fatto salire in auto questa persona. In macchina avevo un palmare che stava registrando l’incontro. Ci siamo avviati. Poi siamo scesi ed è avvenuta l’aggressione». Piselli dice di essere stato «afferrato da dietro e colpito con il gomito alla testa». «Erano quattro - dice ancora -, con il mephisto, del tipo di quelli utilizzati dai corpi speciali delle forze armate. Mi hanno messo a terra, immobilizzandomi con un ginocchio sullo sterno, e mi hanno poi costretto ad aprire la bocca dove hanno infilato una sostanza amarognola. Subito ho sentito un forte bruciore al petto e tachicardia. Ho perso i sensi e mi sono svegliato in auto, a causa del fumo acre che stava riempiendo l’abitacolo. Sono riuscito a uscire dallo sportello posteriore, appena in tempo per vedere le fiamme avvolgere la mia auto». Secondo Piselli, «è stato utilizzato un innesco a lenta combustione». Il palmare è andato distrutto nell’incendio e del misterioso informatore non c’era traccia. Il cellulare di Piselli - racconta lui stesso e gli inquirenti confermano la circostanza - è stato ritrovato da un militare a Lido di Tirrenia, davanti agli stabilimenti balneari riservati agli incursori dell’esercito, il Col Moschin. E’ stato consegnato ai carabinieri e da questi poi alla polizia che sta indagando sull’aggressione. Carlo Palermo si ostina a non voler esprimere valutazioni sull’accaduto, ma alla fine qualcosa dice: «Sono segnali preoccupanti, che da una parte fanno pensare che ci sia chi vuol rallentare le indagini, dall’altra ci fanno capire che siamo nella direzione giusta. «A più di sedici anni dalla tragedia, c’è dunque qualcuno che si preoccupa. E non si può escludere che questo qualcuno sia interessato a rimescolare le carte». Insomma, un modo molto diplomatico per dire che, al di là dei due episodi, potrebbero essersi messi in moto oscure strategie di depistaggio. In serata la procura di Livorno ha confermato che Pagliuca era stato sentito nel settembre scorso come persona informata sui fatti sulla morte del cugino Massimo Pagliuca e, in quello stesso ambito, sui tracciati radio e sulla mappatura dei fondali dell’avamporto di Livorno durante la tragedia del traghetto.
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