mercoledì 23 maggio 2012    Registrazione  •  Login
 
   
 
   
   
   
 
 
 Un grande scrittore e marinaio Riduci


Joseph Conrad  1857-1924.
è considerato uno dei principali scrittori tra il 800 e 900. I suoi romanzi sono romanzi di mare e di avventura: storie di uomini che vivono su mari impossibili in navi dell'epoca che affrontano con straordinario coraggio la solitudine degli oceani.
E' l'epoca dei clipper, navi veloci che affrontano capo Horn ed abbreviano i tempi delle traversate oceaniche. In quegli anni ci fu una vera rivoluzione della marineria, con navi mercantili molto più veloci per solcare mari sconosciuti ed immensi.  Ci sono periodi in cui sono le arti ad eccellere in altri la fisica o la medicina, nel 1850-900  la rivoluzione avvenne sul mare. I viaggi più sicuri e brevi aumentarono gli scambi e l'economia crebbe su base mondiale. 
J. Conrad è l'interprete di questo nuovo mondo di esploratori, commercianti e marinai. Prima che un romanziere, Conrad fu veramente un uomo di mare: orfano di madre e con il padre incarcerato per questioni politiche (la famiglia era originaria di una parte della Polonia annessa alla Russia), crebbe nel sogno di solcare i mari in libertà e lontano dalla terra che gli aveva procurato, fin dall'infanzia, tanto dolore.

Joseph Conrad, pseudonimo di Teodor Jòzef Konrad Korzeniowski (Berdicev, Ucraina, 1857- Bishopsboume Kent, 1924), pur essendo nato in Polonia, è di fatto considerato uno scrittore inglese scrittore inglese. La sua famiglia apparteneva appunto alla nobiltà terriera della Polonia, a quel tempo sotto il dominio russo. Il padre, patriota e uomo di lettere, mori nel 1867, dopo molti anni di esilio politico (la madre invece era morta nel 1865). Affidato alla tutela di uno zio, Conrad compì gli studi secondari a Cracovia.

A soli diciassette anni, spinto da un'irresistibile vocazione per la vita di mare, partì per Marsiglia, dove s'imbarcò come semplice marinaio. Navigare significava per lui conoscere soprattutto il mondo marinaresco che si identificava anche in traffici, contrabbando, uomini che si imbarcavano per sfuggire a chissà quale colpa. Significava insomma incontrare mondi che stavano, non solo geograficamente, agli antipodi dell'Europa civile. Dopo lunga esperienza, servì dunque nella marina mercantile francese e, dal 1878, in quella britannica, dove raggiunse il grado di capitano di lungo corso. Nel 1886 diventò cittadino inglese.
Per vent'anni viaggiò per quasi tutti i mari, ma soprattutto nell'arcipelago malese. L'attenzione ottenuta dal suo primo romanzo ("La follia di Almayer"), e l'incoraggiamento di alcuni scrittori (Galsworthy, Wells Ford Madox Ford, Edward Gamett) lo indussero, lasciata la marina e stabilitosi in Inghilterra, a dedicarsi interamente all'attività letteraria.

Caso più unico che raro, Conrad divenne un maestro della letteratura scrivendo in una lingiua non sua, ma appresa quando era già un uomo fatto.
Il suo tema fondamentale è la solitudine dell'individuo, in balia dei ciechi colpi del caso di cui il mare è spesso eletto a simbolo.
L'eroe solitario di Conrad è quasi sempre un fuggiasco o un reietto, segnato dalla sventura o dal rimorso, stretto parente dell'angelo caduto caro ai romantici, conquista la sua identità affrontando con stoicismo le prove che il destino gli ha riservato.

Tra i suoi tanti capolavori, ricordiamo "Un reietto delle isole" (1894), "Il negro del Narciso" (1896), "Gioventù" (1898), "Cuore di tenebra" (una forte denuncia del colonialismo e un romanzo che, pochi lo sanno, ha costituito il canovaccio per il film di "Apocalipse Now"), "Tifone" e "Lord Jim" (1900). Romanzi in cui Conrad sonda gli stadi evolutivi dell'inconscio e che a tratti sembrano anticipare la tecnica dello "stream of consciousness" che poi Virginia Woolf e James Joyce trasformeranno in genere letterario. Dopo altre diverse pubblicazioni, ottiene un buon successo con "La linea d'ombra" (1917), un altro capolavoro assoluto, divenuto l'emblema della difficoltà di crescere e di ciò che questo passaggio comporta.

Questo irripetibile scrittore, sondatore come pochi dell'animo umano, morirà, per attacco cardiaco, il 3 agosto 1924.

La burrasca
"Poi tutto si coprì d’una palpitante oscurità e arrivò la vera burrasca. Paurosa e rapida, come un traboccare improvviso di rabbia.
Sembrò che la nave si trovasse al centro di un’esplosione, di una scossa immensa, un’enorme cascata, come se dalla parte controvento fosse saltata per aria una diga.
Gli uomini furono divelti dai loro posti.
Il vento ha, più d’ogni altra cosa, questo potere di smembrare, di isolare l’individuo da tutti gli altri della sua specie.

I terremoti, le frane, le valanghe sorprendono l’uomo, per caso, senza collera. La burrasca no. Lo attacca con furia, come un nemico personale, cercando di attanagliarli le membra, aggrappandosi al suo cervello, tentandogli di strappargli l’anima dal petto.

I marinai rientravano inzuppati e uscivano irrigiditi a fronteggiare le esigenze spietate e redentrici del loro oscuro e glorioso destino.

… pesanti spruzzi frustavano crepitando il suo cappotto incerato, e i marosi gli si frangevano fischiando intorno agli stivaloni; ma non staccava mai gli occhi dalla nave. Le teneva lo sguardo inchiodato addosso come un innamorato che sorvegli lo sforzo generoso di una fragile donna dalla cui esistenza, appesa ad un filo sottile, dipende tutto il significato e tutta la gioia del mondo.

Agli uomini cui la pietà sdegnosa ha accordato una dilazione, il mare immortale concede nella sua giustizia il pieno e desiderato privilegio di non riposarsi.
La profonda saggezza della sua grazia non permette ad essi di meditare in pace sull’acre e complicato sapore dell’esistenza.
Essi devono senza tregua dare una giustificazione della propria vita alla misericordia che ingiunge al lavoro di essere duro e incessante, dall’alba al tramonto, dal tramonto all’alba; finché l’interminabile succedersi delle notti e dei giorni, turbato dall’ostinato clamore dei saggi, che reclamano la felicità ed un cielo deserto, non è riscattato alfine dal vasto silenzio del dolore e della fatica, dalla paura muta e dal coraggio muto di uomini oscuri, dimentichi e pazienti."

•J.CONRAD, Recensione di CLAUDIO MAGRIS: "NASCERE E' CADERE IN MARE"
Forse nessuno come Conrad ha capito - e rappresentato poeticamente - come il destino dell' uomo e la legge della vita siano la sconfitta e come ciò non scalfisca la grandezza di chi, nonostante tutto, «non dà troppo peso alle cose, siano esse buone o cattive», e continua a far fronte alla sorte, ai propri errori, alle inquietudini della propria coscienza, come dice il capitano Giles nella Linea d' ombra.
Molti personaggi di Conrad sono sconfitti - dalla vita, dai loro fantasmi o dai loro princìpi, dalle ambiguità della Storia e dell' animo.
Vinti sono Almayer e Willems, il reietto delle isole, il capitano Lingard con la sua idea fissa, il capitano Whalley quasi cieco, sopravvissuto al suo mondo e condotto alla rovina dal suo amore per la figlia; Nostromo, il cui coraggio e la cui generosità vengono a poco a poco irretiti nella sordida degradazione di un meccanismo sociale che corrompe oggettivamente ideali e sentimenti; non sono certo vittoriosi sul proprio destino e sul proprio cuore i due più grandi personaggi conradiani, Lord Jim e Kurtz, in Cuore di tenebra.
Questo sentimento della vita quale sconfitta nasce da un profondo pessimismo conservatore, che sente il tempo e la Storia come un' erosione del proprio mondo e dei propri valori - il mare che consuma la nave, la tempesta che la affonda. A quei valori si resta orgogliosamente fedeli pur sapendoli perduti o forse proprio perché li si sa perduti, rifiutandosi di accettare i mutamenti del tempo ossia di tradire. Conrad, in fondo, non accettava nemmeno il tramonto della navigazione a vela. La fedeltà, uno dei suoi valori cardinali, è uno struggente amore della vita che rifiuta il suo cambiamento, il suo passare, la sua morte e in questa incorruttibile dedizione si irrigidisce in una perseveranza a sua volta simile alla morte.
Questo sentimento conservatore non crede in alcun progresso sociale, la fede nel quale gli appare una falsificazione retorica e ottimista o addirittura uno strumento ideologico di sopraffazione. Come molti altri grandi scrittori della sua epoca, Conrad, nelle sue esplicite e spesso semplicistiche dichiarazioni politiche, è un donchisciottesco, talora patetico reazionario. In tal senso, scrive Franco Marenco, egli esprime «la grande intuizione dell' anima borghese, al crepuscolo della sua grande stagione culturale, della disumanità e dello sfacelo che nutre in sé il corpo civile». L' evoluzione della storia contemporanea, ai suoi occhi, neutralizza ed elide i più diversi, antitetici programmi politici, dal liberalismo al socialismo alla rivoluzione, in un meccanismo totalitario che stritola o integra ogni slancio individuale e impedisce reali alternative con la ferrea necessità dell' antico destino. Ma è proprio questo cupo pessimismo storico-sociale che smaschera, forse più di quanto egli sapesse o si proponesse, le contraddizioni e gli abissi della modernità e fa, suo malgrado, di lui, come di altri grandi scrittori ideologicamente reazionari, un rivoluzionario demistificatore delle certezze e delle falsità di cui si avvale ogni potere.
In qualsiasi circostanza della vita e del lavoro quotidiano l' individuo, per Conrad, è sfidato dall' assurdo e dall' ignoto. Dinanzi a questa sfida nel cuore dell' uomo ci sono, egualmente forti, due verità: la verità del «buon combattimento», come lo chiama San Paolo, ossia il dovere di dar senso all' esistenza raccogliendo quella sfida e restando sul ponte della nave anche quanto infuria il tifone, e la verità della diserzione, della resa e della fuga.
Conrad le ha sentite e narrate entrambe, spesso con straordinaria poesia. La sconfitta dei suoi personaggi non è causata solo dalla disparità delle loro forze rispetto alla vita e alle cose, ma anche dalle loro sotterranee e talora sordide inclinazioni all' autodistruzione, da una simpatia per l' ombra e la resa, da un neghittoso compiacimento dell' indegnità, di cui è specchio il torpido e lussureggiante paesaggio africano e orientale, malese, rispecchiato da un linguaggio talora spesso e intricato come un' oscura, umida giungla. Così come invece il mare, narrato con altissima poesia, è lo specchio della sfida, della prova e del buon combattimento.
Conrad ha sentito fortemente tutta la propensione all' abiezione che c' è, in forme diverse, nella coscienza e nell' inconscio degli uomini. Il tradimento di Razumov, in Sotto gli occhi dell' Occidente, la codardia di Verloc nell' Agente segreto, le cupe perfidie in agguato in tanti racconti, la crudeltà di Kurtz o il momento di viltà di Lord Jim nascono da verità dell' animo umano che, per essere anche turpi, non sono meno vere e autentiche. Conrad ha capito che, nel mezzo del «buon combattimento» cui spesso andiamo incontro con forze impari, è forse inevitabile l' impulso di disertare, di fuggire, di sparire, come quel capitano di Lord Jim che scompare nel brulicare della gente sulla costa del Pacifico, come Lord Jim stesso che fugge dalla propria onta in luoghi sempre più sperduti dell' Oriente o come Kurtz sprofondato nelle tenebre africane e in quelle del male.
Disertare non è solo una debolezza o una viltà morale, è una verità (una delle verità) dell' animo umano, in cui - si dice nella Linea d' ombra - c' è una «disponibilità all' essere ma anche a non essere», una nostalgia della materia inerte, un desiderio di cancellarsi e di perdersi o addirittura, come in Kurtz, di mimetizzarsi nell' abiezione. Questo impulso ad arrendersi e ad abbandonare il proprio posto c' è, più o meno nascosto, anche nel cuore di ogni bravo soldato che pure sa restare al suo posto. Proprio perché ha fatto i conti così a fondo, calandosi nel buio delle pulsioni, col male, Conrad può raccontare con tanta grandezza e verità il coraggio e la fedeltà di chi accetta il buon combattimento, di chi come Lord Jim risale dal fondo della vergogna, di chi pur nel groviglio dei sentimenti sa attenersi alla secchezza dei fatti, compilare con esattezza avvisi ai naviganti e guidare la nave, magari senza genio, come il limitato capitano Mac Whirr in Tifone ma tenendo testa alla furia del mare. Tutto è e rimane ambiguo; anche la pietà - in un capolavoro come Il negro del Narciso - può sconfinare con l' infamia, ma solo il coraggio e la lealtà che affrontano il male possono capirne l' essenza. Nel Compagno segreto, il capitano si identifica con l' assassino, suo torbido sosia, e lo lascia al libero mare, ma rimane fermamente al proprio posto.
Animato da sentimenti omerici, Conrad si immerge nei meandri più limacciosi della modernità; è una specie di Kafka uscito all' aria aperta e al grande vento del mare, che aiuta a capire meglio anche l' aria viziata degli uffici kafkiani. È uno scrittore classico che racconta la dissoluzione di ogni classicità e di ogni lineare nettezza in un labirinto in cui tutto si aggroviglia; un maestro che ha creato strutture narrative tortuose e complesse come la vita che raccontano, riscattando così una certa retorica, una certa lutulenta enfasi linguistica o altri limiti della sua scrittura - ad esempio impappinata dinanzi al sesso, come altri grandi scrittori «coloniali», forse intimoriti dalle mescolanze e dai meticciati d' ogni genere che eros scatena. Il mare, per Conrad, è come la vita; incanto e orrore, abbandono e naufragio, consunzione, immortalità, distruzione. Nascere, dice Stein in Lord Jim, è come cadere in mare e bisogna farsi sostenere dal mare senza fondo. Non c' è un fondamento saldo su cui poggiare; non ci sono fedi o filosofie precise che garantiscano la scelta e la bontà delle azioni. Come Conrad, forse noi non sappiamo perché sia giusto essere fedeli e leali, c
ombattere piuttosto che disertma, come lui, in qualche modo sappiamo che è giusto.


 Stampa   
 stat Riduci


 Stampa