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Un grande scrittore e marinaio
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Joseph Conrad 1857-1924.
è considerato uno dei principali scrittori tra il 800
e 900. I suoi romanzi sono romanzi di mare e di avventura: storie di
uomini che vivono su mari impossibili in navi dell'epoca che
affrontano con straordinario coraggio la solitudine degli oceani.
E' l'epoca dei clipper, navi veloci che affrontano capo Horn ed
abbreviano i tempi delle traversate oceaniche. In quegli anni ci fu una
vera rivoluzione della marineria, con navi mercantili molto più veloci
per solcare mari sconosciuti ed immensi. Ci sono periodi in cui
sono le arti ad eccellere in altri la fisica o la medicina, nel
1850-900 la rivoluzione avvenne sul mare. I viaggi più sicuri e
brevi aumentarono gli scambi e l'economia crebbe su base
mondiale.
J. Conrad è l'interprete di questo nuovo mondo di esploratori, commercianti e marinai. Prima
che un romanziere, Conrad fu veramente un uomo di mare: orfano di madre
e con il padre incarcerato per questioni politiche (la famiglia era
originaria di una parte della Polonia annessa alla Russia), crebbe nel
sogno di solcare i mari in libertà e lontano dalla terra che gli aveva
procurato, fin dall'infanzia, tanto dolore.
Joseph Conrad, pseudonimo di Teodor Jòzef Konrad Korzeniowski
(Berdicev, Ucraina, 1857- Bishopsboume Kent, 1924), pur essendo nato in
Polonia, è di fatto considerato uno scrittore inglese scrittore
inglese. La sua famiglia apparteneva appunto alla nobiltà terriera
della Polonia, a quel tempo sotto il dominio russo. Il padre, patriota
e uomo di lettere, mori nel 1867, dopo molti anni di esilio politico
(la madre invece era morta nel 1865). Affidato alla tutela di uno zio,
Conrad compì gli studi secondari a Cracovia.
A soli diciassette anni, spinto da un'irresistibile vocazione per
la vita di mare, partì per Marsiglia, dove s'imbarcò come semplice
marinaio. Navigare significava per lui conoscere soprattutto il mondo
marinaresco che si identificava anche in traffici, contrabbando, uomini
che si imbarcavano per sfuggire a chissà quale colpa. Significava
insomma incontrare mondi che stavano, non solo geograficamente, agli
antipodi dell'Europa civile. Dopo lunga esperienza, servì dunque nella
marina mercantile francese e, dal 1878, in quella britannica, dove
raggiunse il grado di capitano di lungo corso. Nel 1886 diventò
cittadino inglese.
Per vent'anni viaggiò per quasi tutti i mari, ma soprattutto
nell'arcipelago malese. L'attenzione ottenuta dal suo primo romanzo
("La follia di Almayer"), e l'incoraggiamento di alcuni scrittori
(Galsworthy, Wells
Ford Madox Ford, Edward Gamett) lo indussero, lasciata la marina e
stabilitosi in Inghilterra, a dedicarsi interamente all'attività
letteraria.
Caso più unico che raro, Conrad divenne un maestro della
letteratura scrivendo in una lingiua non sua, ma appresa quando era già
un uomo fatto.
Il suo tema fondamentale è la solitudine dell'individuo,
in balia dei ciechi colpi del caso di cui il mare è spesso eletto a
simbolo.
L'eroe solitario di Conrad è quasi sempre un fuggiasco o un
reietto, segnato dalla sventura o dal rimorso, stretto parente
dell'angelo caduto caro ai romantici, conquista la sua identità
affrontando con stoicismo le prove che il destino gli ha riservato.
Tra i suoi tanti capolavori, ricordiamo "Un reietto delle isole"
(1894), "Il negro del Narciso" (1896), "Gioventù" (1898), "Cuore di
tenebra" (una forte denuncia del colonialismo e un romanzo che, pochi
lo sanno, ha costituito il canovaccio per il film di
"Apocalipse Now"), "Tifone" e "Lord Jim" (1900). Romanzi in cui Conrad
sonda gli stadi evolutivi dell'inconscio e che a tratti sembrano
anticipare la tecnica dello "stream of consciousness" che poi Virginia
Woolf e James Joyce
trasformeranno in genere letterario. Dopo altre diverse pubblicazioni,
ottiene un buon successo con "La linea d'ombra" (1917), un altro
capolavoro assoluto, divenuto l'emblema della difficoltà di crescere e
di ciò che questo passaggio comporta.
Questo irripetibile scrittore, sondatore come pochi dell'animo umano, morirà, per attacco cardiaco, il 3 agosto 1924.
La burrasca
"Poi
tutto si coprì d’una palpitante oscurità
e arrivò la vera burrasca. Paurosa e rapida,
come un traboccare improvviso di rabbia.
Sembrò
che la nave si trovasse al centro di un’esplosione,
di una scossa immensa, un’enorme cascata, come
se dalla parte controvento fosse saltata per aria
una diga.
Gli uomini furono divelti dai loro posti.
Il vento ha, più d’ogni altra cosa, questo
potere di smembrare, di isolare l’individuo
da tutti gli altri della sua specie.
I terremoti,
le frane, le valanghe sorprendono l’uomo, per
caso, senza collera. La burrasca no. Lo attacca con
furia, come un nemico personale, cercando di attanagliarli
le membra, aggrappandosi al suo cervello, tentandogli
di strappargli l’anima dal petto.
I marinai rientravano inzuppati e
uscivano irrigiditi a fronteggiare le esigenze spietate
e redentrici del loro oscuro e glorioso destino.
… pesanti spruzzi frustavano
crepitando il suo cappotto incerato, e i marosi gli
si frangevano fischiando intorno agli stivaloni; ma
non staccava mai gli occhi dalla nave. Le teneva lo
sguardo inchiodato addosso come un innamorato che
sorvegli lo sforzo generoso di una fragile donna dalla
cui esistenza, appesa ad un filo sottile, dipende
tutto il significato e tutta la gioia del mondo.
Agli uomini cui la pietà sdegnosa
ha accordato una dilazione, il mare immortale concede
nella sua giustizia il pieno e desiderato privilegio
di non riposarsi.
La profonda saggezza della sua grazia
non permette ad essi di meditare in pace sull’acre
e complicato sapore dell’esistenza.
Essi devono
senza tregua dare una giustificazione della propria
vita alla misericordia che ingiunge al lavoro di essere
duro e incessante, dall’alba al tramonto, dal
tramonto all’alba; finché l’interminabile
succedersi delle notti e dei giorni, turbato dall’ostinato
clamore dei saggi, che reclamano la felicità
ed un cielo deserto, non è riscattato alfine
dal vasto silenzio del dolore e della fatica, dalla
paura muta e dal coraggio muto di uomini oscuri, dimentichi
e pazienti."
•J.CONRAD, Recensione di CLAUDIO MAGRIS: "NASCERE E' CADERE IN MARE" Forse nessuno come Conrad ha capito - e rappresentato poeticamente
- come il destino dell' uomo e la legge della vita siano la sconfitta e
come ciò non scalfisca la grandezza di chi, nonostante tutto, «non dà
troppo peso alle cose, siano esse buone o cattive», e continua a far
fronte alla sorte, ai propri errori, alle inquietudini della propria
coscienza, come dice il capitano Giles nella Linea d' ombra.
Molti
personaggi di Conrad sono sconfitti - dalla vita, dai loro fantasmi o
dai loro princìpi, dalle ambiguità della Storia e dell' animo.
Vinti sono Almayer
e Willems, il reietto delle isole, il capitano Lingard con la sua idea
fissa, il capitano Whalley quasi cieco, sopravvissuto al suo mondo e
condotto alla rovina dal suo amore per la figlia; Nostromo, il cui
coraggio e la cui generosità vengono a poco a poco irretiti nella
sordida degradazione di un meccanismo sociale che corrompe
oggettivamente ideali e sentimenti; non sono certo vittoriosi sul
proprio destino e sul proprio cuore i due più grandi personaggi
conradiani, Lord Jim e Kurtz, in Cuore di tenebra.
Questo
sentimento della vita quale sconfitta nasce da un profondo pessimismo
conservatore, che sente il tempo e la Storia come un' erosione del
proprio mondo e dei propri valori - il mare che consuma la nave, la
tempesta che la affonda. A quei valori si resta orgogliosamente fedeli
pur sapendoli perduti o forse proprio perché li si sa perduti,
rifiutandosi di accettare i mutamenti del tempo ossia di tradire.
Conrad, in fondo, non accettava nemmeno il tramonto della navigazione a
vela. La fedeltà, uno dei suoi valori cardinali, è uno struggente amore
della vita che rifiuta il suo cambiamento, il suo passare, la sua morte
e in questa incorruttibile dedizione si irrigidisce in una perseveranza
a sua volta simile alla morte.
Questo sentimento conservatore non
crede in alcun progresso sociale, la fede nel quale gli appare una
falsificazione retorica e ottimista o addirittura uno strumento
ideologico di sopraffazione. Come molti altri grandi scrittori della
sua epoca, Conrad, nelle sue esplicite e spesso semplicistiche
dichiarazioni politiche, è un donchisciottesco, talora patetico
reazionario. In tal senso, scrive Franco Marenco, egli esprime «la
grande intuizione dell' anima borghese, al crepuscolo della sua grande
stagione culturale, della disumanità e dello sfacelo che nutre in sé il
corpo civile». L' evoluzione della storia contemporanea, ai suoi occhi,
neutralizza ed elide i più diversi, antitetici programmi politici, dal
liberalismo al socialismo alla rivoluzione, in un meccanismo
totalitario che stritola o integra ogni slancio individuale e impedisce
reali alternative con la ferrea necessità dell' antico destino. Ma è
proprio questo cupo pessimismo storico-sociale che smaschera, forse più
di quanto egli sapesse o si proponesse, le contraddizioni e gli abissi
della modernità e fa, suo malgrado, di lui, come di altri grandi
scrittori ideologicamente reazionari, un rivoluzionario demistificatore
delle certezze e delle falsità di cui si avvale ogni potere.
In
qualsiasi circostanza della vita e del lavoro quotidiano l' individuo,
per Conrad, è sfidato dall' assurdo e dall' ignoto. Dinanzi a questa
sfida nel cuore dell' uomo ci sono, egualmente forti, due verità: la
verità del «buon combattimento», come lo chiama San Paolo, ossia il
dovere di dar senso all' esistenza raccogliendo quella sfida e restando
sul ponte della nave anche quanto infuria il tifone, e la verità della
diserzione, della resa e della fuga.
Conrad le ha sentite e
narrate entrambe, spesso con straordinaria poesia. La sconfitta dei
suoi personaggi non è causata solo dalla disparità delle loro forze
rispetto alla vita e alle cose, ma anche dalle loro sotterranee e
talora sordide inclinazioni all' autodistruzione, da una simpatia per
l' ombra e la resa, da un neghittoso compiacimento dell' indegnità, di
cui è specchio il torpido e lussureggiante paesaggio africano e
orientale, malese, rispecchiato da un linguaggio talora spesso e
intricato come un' oscura, umida giungla. Così come invece il mare,
narrato con altissima poesia, è lo specchio della sfida, della prova e
del buon combattimento.
Conrad
ha sentito fortemente tutta la propensione all' abiezione che c' è, in
forme diverse, nella coscienza e nell' inconscio degli uomini. Il
tradimento di Razumov, in Sotto gli occhi dell' Occidente, la codardia di Verloc nell' Agente segreto,
le cupe perfidie in agguato in tanti racconti, la crudeltà di Kurtz o
il momento di viltà di Lord Jim nascono da verità dell' animo umano
che, per essere anche turpi, non sono meno vere e autentiche. Conrad ha
capito che, nel mezzo del «buon combattimento» cui spesso andiamo
incontro con forze impari, è forse inevitabile l' impulso di disertare,
di fuggire, di sparire, come quel capitano di Lord Jim che scompare nel
brulicare della gente sulla costa del Pacifico, come Lord Jim
stesso che fugge dalla propria onta in luoghi sempre più sperduti dell'
Oriente o come Kurtz sprofondato nelle tenebre africane e in quelle del
male.
Disertare non è solo una debolezza o una viltà morale, è una
verità (una delle verità) dell' animo umano, in cui - si dice nella
Linea d' ombra - c' è una «disponibilità all' essere ma anche a non
essere», una nostalgia della materia inerte, un desiderio di
cancellarsi e di perdersi o addirittura, come in Kurtz, di mimetizzarsi
nell' abiezione. Questo impulso ad arrendersi e ad abbandonare il
proprio posto c' è, più o meno nascosto, anche nel cuore di ogni bravo
soldato che pure sa restare al suo posto. Proprio perché ha fatto i
conti così a fondo, calandosi nel buio delle pulsioni, col male, Conrad
può raccontare con tanta grandezza e verità il coraggio e la fedeltà di
chi accetta il buon combattimento, di chi come Lord Jim risale dal
fondo della vergogna, di chi pur nel groviglio dei sentimenti sa
attenersi alla secchezza dei fatti, compilare con esattezza avvisi ai
naviganti e guidare la nave, magari senza genio, come il limitato
capitano Mac Whirr in Tifone
ma tenendo testa alla furia del mare. Tutto è e rimane ambiguo; anche
la pietà - in un capolavoro come Il negro del Narciso - può sconfinare
con l' infamia, ma solo il coraggio e la lealtà che affrontano il male
possono capirne l' essenza. Nel Compagno segreto,
il capitano si identifica con l' assassino, suo torbido sosia, e lo
lascia al libero mare, ma rimane fermamente al proprio posto.
Animato da sentimenti omerici, Conrad si immerge nei meandri più limacciosi della modernità; è una specie di Kafka
uscito all' aria aperta e al grande vento del mare, che aiuta a capire
meglio anche l' aria viziata degli uffici kafkiani. È uno scrittore
classico che racconta la dissoluzione di ogni classicità e di ogni
lineare nettezza in un labirinto in cui tutto si aggroviglia; un
maestro che ha creato strutture narrative tortuose e complesse come la
vita che raccontano, riscattando così una certa retorica, una certa
lutulenta enfasi linguistica o altri limiti della sua scrittura - ad
esempio impappinata dinanzi al sesso, come altri grandi scrittori
«coloniali», forse intimoriti dalle mescolanze e dai meticciati d' ogni
genere che eros scatena. Il mare, per Conrad, è come la vita; incanto e
orrore, abbandono e naufragio, consunzione, immortalità, distruzione.
Nascere, dice Stein in Lord Jim, è come cadere in
mare e bisogna farsi sostenere dal mare senza fondo. Non c' è un
fondamento saldo su cui poggiare; non ci sono fedi o filosofie precise
che garantiscano la scelta e la bontà delle azioni. Come Conrad, forse
noi non sappiamo perché sia giusto essere fedeli e leali, combattere
piuttosto che disertma, come lui, in qualche modo sappiamo
che è giusto.
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